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Epilessia, sospendere i farmaci può avere valore anche dopo una ricaduta

Anche quando la sospensione dei farmaci anticrisi si conclude con una nuova crisi, molti pazienti epilettici ritengono che il tentativo “sia valso la pena”. È quanto emerge da uno studio qualitativo pubblicato su “BMJ Neurology Open” a prima firma di Samuel W Terman, dell’Università del Michigan ad Ann Harbor, negli Stati Uniti, che esplora per la prima volta in modo approfondito il vissuto dei pazienti rispetto alla sospensione delle terapie antiseizure dopo un periodo di libertà da crisi.

Il lavoro ha coinvolto 32 adulti seguiti in tre centri statunitensi specializzati in epilessia, tutti liberi da crisi da almeno un anno. L’età variava da 19 a 84 anni, con una durata mediana di libertà da crisi di tre anni. Due terzi dei partecipanti avevano già tentato in passato di interrompere almeno un farmaco antiepilettico proprio in ragione della stabilità clinica raggiunta.

Il dato più interessante riguarda la percezione soggettiva dell’esperienza. Tra i 30 pazienti che hanno risposto alla domanda su un eventuale futuro tentativo di sospensione, il 43% ha dichiarato che sarebbe comunque contento di aver provato a interrompere la terapia anche nel caso di una successiva ricomparsa delle crisi, soprattutto per la conoscenza acquisita sulla reale necessità del trattamento. La percentuale saliva al 52% nei pazienti che avevano già sperimentato una sospensione in passato, contro il 22% di chi non l’aveva mai tentata.

La sospensione della terapia come contributo a scelte informate

Le interviste qualitative mostrano come molti pazienti considerino il tentativo di sospensione una forma di verifica importante per la propria vita futura. Alcuni descrivono l’esperienza come utile per comprendere definitivamente di aver bisogno della terapia a lungo termine, superando il dubbio costante sulla possibilità di vivere senza farmaci. Altri, invece, raccontano sentimenti di rimpianto dopo la ricaduta, soprattutto quando la crisi ha avuto un impatto rilevante sulla qualità di vita o sulla percezione di sicurezza personale.

Lo studio mette inoltre in evidenza un aspetto comunicativo cruciale: diversi pazienti dichiarano che prenderebbero in considerazione la sospensione solo in presenza della “certezza” di non avere più crisi. Secondo gli autori, questa aspettativa riflette una percezione spesso poco realistica del rischio, considerando che una quota di recidiva permane anche nei pazienti che continuano il trattamento a tempo indefinito.

Dal punto di vista clinico, il lavoro invita quindi a riconsiderare il concetto di “fallimento” della sospensione terapeutica. La qualità della decisione, sottolineano gli autori, non coincide necessariamente con l’assenza di recidive, ma con la possibilità per il paziente di compiere una scelta informata e coerente con i propri valori e obiettivi di vita.

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico