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Distrofie, individuata una strategia terapeutica per l’alfa-sarcoglicanopatia

Grazie a uno studio multicentrico guidato dall’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e IRCCS Istituto Giannina Gaslini di Genova è stata individuata una potenziale strategia terapeutica per le forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia, una rara malattia genetica caratterizzata da perdita precoce della deambulazione, debolezza, problemi respiratori che compromettono la speranza e la qualità di vita di chi ne è colpito.

Si tratta di una patologia ereditaria e neurodegenerativa che se non trattata tempestivamente progredisce rapidamente, ma che fino ad oggi è rimasta orfana di un trattamento adeguato.

Lo studio coordinato da Lizzia Raffaghello, ricercatrice e responsabile del Laboratorio di oncologia molecolare e angiogenesi IRCCS San Martino, pubblicato sulla rivista Brain, ha coinvolto ricercatori e clinici di 9 centri italiani, 1 francese e 1 tedesco e ha permesso di raccogliere i dati di 16 pazienti con alfa-sarcoglicanopatia.

Il lavoro si è concentrato sul ruolo dell’infiammazione nella progressione di malattia e su come questa potrebbe essere spenta grazie a una terapia con corticosteroidi, analogamente a quanto già avviene per la distrofia muscolare di Duchenne. Spiega Raffaghello:

i 16 pazienti, precedentemente classificati in forme gravi o lievi della patologia in base all’espressione della proteina alfa-sarcoglicano, sono stati sottoposti al sequenziamento ed analisi delle biopsie muscolari. Da questa analisi è emerso che le forme gravi della malattia presentano un’espressione genica diversa dai casi lievi. Nei casi gravi c’è una maggiore attivazione di geni associati a processi infiammatori e, nello specifico, una maggiore presenza di linfociti e monociti pro-infiammatori legati alla quasi assenza di alfa-sarcoglicano. Questa caratterizzazione ha quindi reso possibile il confronto con altre distrofie muscolari per capire se casi gravi e lievi potessero avere una attivazione genica simile a quella di pazienti con altre patologie neuromuscolari.”

“Sorprendentemente – aggiunge Raffaghello –  è emerso che i pazienti con forma lieve di alfa-sarcoglicanopatia mostrano una firma genetica equiparabile a quella di pazienti senza la malattia, mentre le manifestazioni gravi sono molto simili alla distrofia muscolare di Duchenne. Ciò permette di suggerire la possibilità di considerare una terapia antiinfiammatoria per forme gravi di alfa-sarcoglicanopatia simile a quella di riferimento per la Duchenne, basata su corticosteroidi, che potrebbe aiutare a rallentare la progressione della malattia. Inoltre, aver identificato dei biomarcatori che distinguano le forme gravi da quelle lievi permette anche di personalizzare meglio le terapie e suggerire il trattamento solo ai pazienti con forma grave ed escludere invece quelli con manifestazioni moderate, che non ne trarrebbero beneficio”.

Claudio Bruno, responsabile del Centro traslazionale di miologia e patologie neurodegenerative del Gaslini, responsabile clinico dello studio con la collaborazione di Adriana Amaro, ricercatrice Laboratorio della regolazione dell’espressione genica, IRCCS San Martino, precisa:

L’alfa-sarcoglicanopatia è una distrofia su cui sono stati svolti pochi studi e che ad oggi non ha un protocollo terapeutico specifico. Esistono solamente trattamenti riabilitativi volti a evitare i danni più gravi associati alla malattia, ma che non curano la malattia. Sono stati condotti tre trial clinici, ad oggi tutti terminati, che hanno studiato come limitare la progressione della malattia inserendo il gene dell’alfa-sarcoglicano in vettori adenovirali per reintrodurre il gene mancante e ripristinarlo, ma mancano ancora i dati completi sull’efficacia e sulla sicurezza.”

“Il nostro lavoro – conclude Raffaghello – rappresenta il primo passo per un possibile trattamento farmacologico dell’alfa-sarcoglicanopatia, che potrebbe rallentare la progressione di malattia dei pazienti, molto spesso bambini. Per raggiungere questo importante risultato è stato determinante la stretta collaborazione tra clinici, biologi cellulari e molecolari e bioinformatici nonché la disponibilità di tutti i centri collaboranti di fornire prezioso materiale bioptico”.

Redazione

articolo a cura della redazione