
Atassia di Friedreich, l’approvazione di omaveloxolone segna un punto di svolta nel trattamento
Da un approccio puramente sintomatico a una strategia terapeutica in grado di modificare il decorso di malattia: è questa la svolta epocale alle porte nel campo del trattamento dell’atassia di Friedreich, grazie all’approvazione e alla recente ammissione alla rimborsabilità in Italia di omaveloxolone, farmaco sviluppato da Biogen.
L’atassia di Friedreich è una patologia genetica neurodegenerativa a esordio precoce, caratterizzata da una progressiva compromissione della coordinazione e da un coinvolgimento multisistemico. Omaveloxolone agisce su uno dei meccanismi chiave della patogenesi, attivando la via di NRF2 e contrastando lo stress ossidativo, l’infiammazione e la disfunzione mitocondriale. Questo effetto a monte si traduce in una riduzione del danno neuronale cumulativo e, di conseguenza, in un rallentamento della progressione clinica.
Il profilo di sicurezza ed efficacia di omaveloxolone è stato dimostrato nel programma di ricerca MOXIe, che prevedeva due fasi, seguite da un’estensione in aperto. Conclusa la Fase 1 di ricerca della dose, la Fase 2 prevedeva un disegno multicentrico, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo. Lo studio, condotto in 11 istituti in Europa, Australia e Stati Uniti, ha coinvolto pazienti di età compresa tra i 16 e i 40 anni con atassia di Friedreich (FA) confermata geneticamente e punteggi basali della scala di valutazione modificata dell’atassia di Friedreich (mFARS) compresi tra 20 e 80, che sono stati randomizzati in rapporto 1:1 a ricevere placebo o 150 mg/die di omaveloxolone. L’endpoint primario era la variazione rispetto al basale del punteggio mFARS nei soggetti trattati con omaveloxolone rispetto a quelli trattati con placebo. L’analisi ha mostrato un beneficio statisticamente significativo rispetto al placebo dopo 48 settimane, misurato con la scala mFARS. Ancora più rilevante, per la pratica clinica, è la dimostrazione di una persistenza dell’effetto nel lungo termine, con dati di efficacia fino a cinque anni e un profilo di sicurezza consolidato fino a sei anni.
Dal punto di vista clinico, il rallentamento della progressione non rappresenta solo un endpoint numerico, ma si traduce in un impatto tangibile sulla vita dei pazienti. La preservazione più prolungata della funzione motoria, della coordinazione fine e della capacità bulbare consente infatti di mantenere più a lungo l’autonomia nelle attività quotidiane, con benefici diretti anche sul carico assistenziale familiare.
L’introduzione del farmaco nella pratica clinica italiana, dopo l’approvazione europea nel 2024 e la rimborsabilità decisa da AIFA nel 2026, apre inoltre nuove prospettive organizzative. La disponibilità di una terapia efficace rende ancora più cruciale la diagnosi precoce e rafforza la necessità di un approccio multidisciplinare strutturato, capace di accompagnare il paziente lungo tutto il decorso della malattia.
In questo contesto, omaveloxolone non rappresenta soltanto una nuova opzione terapeutica, ma un vero cambio di paradigma: per la prima volta, l’obiettivo della presa in carico neurologica diventa quello di rallentare la neurodegenerazione, modificando in modo significativo la traiettoria clinica e la qualità di vita dei pazienti.


