
Atassia di Friedreich, la fratassina come biomarcatore clinico e possibile endpoint surrogato
La quantificazione della fratassina nel sangue periferico emerge come un biomarcatore robusto, predittivo dell’andamento clinico e potenzialmente utilizzabile come endpoint surrogato negli studi terapeutici sull’atassia di Friedreich. È questa la conclusione principale di un’analisi pubblicata su “BMJ Neurology Open” da Christian Rummey, di Clinical Data Science GmbH di Basilea, in Svizzera, e colleghi che integra dati provenienti da diverse coorti e piattaforme analitiche, rafforzando il legame tra deficit molecolare e fenotipo clinico.
Negli ultimi anni, lo sviluppo di nuove terapie mirate ad aumentare i livelli di fratassina ha reso sempre più urgente disporre di marcatori farmacodinamici affidabili. In questo contesto, lo studio propone un approccio modellistico articolato per valutare la coerenza e la rilevanza clinica della fratassina misurata con metodiche differenti e in diversi contesti biologici.
L’analisi si basa su due coorti indipendenti: una in cui la fratassina totale nel sangue è stata misurata tramite immunodosaggio laterale (lateral-flow), e una seconda che ha utilizzato una metodica LC-MS/MS a triplo quadrupolo, in grado di distinguere tra fratassina matura (FXN-M) e forma eritrocitaria specifica (FXN-E). Nonostante le differenze metodologiche, i risultati appaiono coerenti lungo l’intero spettro di malattia, dalle forme più lievi a quelle più severe.
I livelli di fratassina sono associati a parametri clinici chiave della malattia
Un elemento particolarmente rilevante è il gradiente osservato nei livelli di fratassina: i pazienti mostrano valori ridotti, mentre i portatori eterozigoti presentano livelli intermedi rispetto ai controlli sani. Questo dato quantitativo rafforza la plausibilità biologica del biomarcatore e la sua capacità di riflettere direttamente il difetto genetico sottostante. I modelli sviluppati dimostrano inoltre una chiara associazione tra livelli di fratassina e parametri clinici chiave, tra cui l’età di esordio dei sintomi, l’età alla perdita della deambulazione e la velocità di progressione della malattia. In particolare, il numero di ripetizioni GAA1 – la più corta tra le due espansioni patologiche – si conferma come principale determinante dei livelli di fratassina e, nella maggior parte delle analisi, anche della gravità clinica.
Pur riconoscendo il ruolo delle diverse isoforme e delle variazioni di espressione tissutale, lo studio evidenzia come la misurazione periferica della fratassina rappresenti una proxy affidabile dei processi patofisiologici centrali. Questo aspetto è cruciale nella prospettiva degli studi clinici, dove la disponibilità di biomarcatori quantitativi, riproducibili e clinicamente rilevanti può accelerare lo sviluppo e la valutazione delle nuove terapie.
Nel complesso, i risultati supportano in modo convincente l’utilizzo della fratassina non solo come biomarcatore di malattia, ma anche come potenziale endpoint surrogato negli studi interventistici. Un passaggio chiave per una patologia rara come l’atassia di Friedreich, in cui la misurazione diretta degli esiti clinici richiede spesso tempi lunghi e campioni numericamente limitati.


