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Commozione cerebrale nello sport: biomarker poco utili nella gestione clinica

Secondo un nuovo studio le prove non sono ancora sufficienti

I biomarcatori ematici possono aiutare a identificare il meccanismo alla base della commozione cerebrale correlata allo sport, ma non ci sono prove sufficienti che ne supportino l’uso per la diagnosi e la gestione della commozione cerebrale stessa, secondo uno studio recentemente pubblicato su “JAMA Network Open”.

Questo studio prospettico, multicentrico, caso-controllo ha incluso complessivamente 264 atleti che avevano subito una commozione cerebrale (età media: 19,08 anni; 211 [79,9%] uomini), sottoposti a esami clinici ed ematici in cinque momenti dopo la lesione: in acuzie; da 24 a 48 ore dopo l’evento; alla scomparsa dei sintomi; dopo sette giorni dal ritorno all’attività sportiva.

I dati raccolti sono poi stati confrontati con quelli ottenuti da 138 controlli che praticavano sport di contatto (età media: 19,03 anni; 107 [77,5%] uomini) e 102 controlli di praticanti di sport senza contatto (età media: 19,39 anni; 82 [80,4%] uomini) che hanno completato gli stessi test su un programma simile a quello degli atleti con commozione cerebrale.

I dati raccolti riguardavano alcuni marcatori quali proteina acida fibrillare gliale (GFAP), proteina tau, catena leggera del neurofilamento e ubiquitina C-terminale idrolasi-L1 (UCH-L1). Per la valutazione della gravità dei sintomi sono stati utilizzati lo strumento Sport Concussion Assessment-Third Edition (SCAT-3) e altre metriche.

Tra gli atleti con commozione cerebrale, il GFAP misurato dopo l’evento era superiore rispetto al basale, sia immediatamente dopo l’infortunio (0,430 pg/mL) sia sette giorni dopo il ritorno all’attività sportiva (0,092 pg/mL). Il GFAP era anche più elevato, in acuzie e nelle rilevazioni successive, sia rispetto ai controlli che praticavano sport di contatto (0,419 pg/mL e 0,191pg /mL, rispettivamente) sia rispetto ai controlli che praticavano sport senza contatto (0,378 pg/mL; e 0,177 pg/mL, rispettivamente). Inoltre, la commozione cerebrale senza amnesia posttraumatica o perdita di coscienza presentava, in acuzie, livelli di GFAP significativamente più alti rispetto a quella con amnesia e perdita di coscienza (0,583 pg / mL vs. 0,369-0,797 pg/mL).

Secondo le conclusioni degli autori, “i biomarcatori del sangue aiutano a conoscere i meccanismi patofisiologici sottostanti della commozione cerebrale”, anche se “non ci sono ancora prove sufficienti per supportare una loro ampia implementazione per la diagnosi clinica, la valutazione e la gestione della commozione cerebrale nello sport”.

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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