
Parkinson e trielina, la Corte d’Appello di Firenze riconosce il nesso causale
La ricerca sulle esposizioni ambientali nel Parkinson entra in modo sempre più concreto anche nelle aule giudiziarie. La recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze, che ha confermato il nesso causale tra esposizione professionale alla trielina e malattia di Parkinson in alcune ex operaie Lebole, rappresenta infatti un passaggio rilevante non solo sul piano legale, ma anche per la neurologia occupazionale e per la ricerca sulle malattie neurodegenerative.
La Corte ha respinto il ricorso dell’INAIL, confermando la precedente decisione del Tribunale di Arezzo relativa ad alcune lavoratrici esposte per anni alla trielina e ad altri solventi industriali. Nel procedimento ha avuto un ruolo determinante Fondazione Pezzoli per la Malattia di Parkinson – ETS, impegnata da oltre trent’anni nello studio del rapporto tra solventi industriali e patologie del sistema nervoso.
Secondo il professor Gianni Pezzoli, presidente della Fondazione ed ex direttore del Centro Parkinson dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano, la sentenza “non parla solo di giustizia, ma anche del valore della ricerca scientifica”. Già nel 2000, ricorda Pezzoli, un primo studio pubblicato sulla rivista *Neurology* aveva evidenziato alcune delle prime prove di un possibile legame tra esposizione a solventi idrocarburici e sviluppo della malattia di Parkinson. La ricerca, condotta su quasi mille pazienti, mostrava come i soggetti esposti a solventi industriali tendessero a sviluppare la patologia in età più precoce e con una progressione più severa.
Negli anni successivi, l’attenzione scientifica si è concentrata in particolare sul tricloroetilene, o trielina, solvente largamente impiegato per decenni nello sgrassaggio dei metalli, nell’industria tessile, nel lavaggio a secco e in numerosi processi industriali. Oggi la sostanza è classificata dallo IARC come cancerogeno certo per l’uomo e diversi studi hanno acceso l’attenzione anche sui possibili effetti neurologici dell’esposizione cronica. Nell’Unione Europea, compresa l’Italia, dal 21 aprile 2016 il suo utilizzo è vietato salvo specifiche autorizzazioni, mentre negli Stati Uniti le restrizioni sono state introdotte più recentemente dall’Environmental Protection Agency.
Per Fondazione Pezzoli, la vicenda rappresenta anche la conferma del ruolo della ricerca indipendente nel contribuire alla tutela della salute pubblica. Pezzoli ricorda come negli anni la Fondazione abbia partecipato a diverse tappe rilevanti nella gestione del Parkinson, dall’introduzione dei dopamino-agonisti nella farmacopea italiana alla rimborsabilità della stimolazione cerebrale profonda in Lombardia, fino agli studi che hanno contribuito al ritiro di alcuni dopamino-agonisti ergolinici associati a valvulopatie cardiache.
La sentenza fiorentina riporta così l’attenzione su una dimensione sempre più importante nella neurologia contemporanea: comprendere non soltanto i meccanismi clinici della malattia di Parkinson, ma anche il peso delle esposizioni ambientali e metaboliche nella sua genesi. Un filone di ricerca che, secondo Pezzoli, continua ancora oggi attraverso studi sul metabolismo degli idrocarburi prodotti dalla degradazione dei grassi e delle membrane cellulari, con l’obiettivo di individuare nuovi elementi utili alla prevenzione e alla comprensione della malattia.


