
Anche tra i calciatori dilettanti, il “colpo di testa” influisce sull’integrità neuronale
Anche a livello amatoriale, il “colpo di testa” sembra lasciare un segno a livello neurale tra i giocatori di calcio. È questa la conclusione di un nuovo studio prospettico pubblicato su “JAMA Neurology” che suggerisce come l’impatto del pallone sulla testa possa produrre effetti immediati sulla integrità neuronale, pur con alterazioni che rientrano nell’arco di 24-48 ore.
Il tema non è nuovo. Negli ultimi anni diverse evidenze epidemiologiche hanno mostrato un aumento del rischio di malattie neurodegenerative negli ex calciatori professionisti, alimentando l’ipotesi che microtraumi cranici ripetuti e colpi di testa possano avere un ruolo patogenetico nel lungo periodo. Meno chiaro, però, è sempre stato cosa accada nell’immediato, durante la pratica reale sul campo.
Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno arruolato oltre 300 calciatori dilettanti maschi coinvolti in partite ufficiali disputate nei Paesi Bassi tra agosto e dicembre 2024. Attraverso l’analisi video delle gare, gli autori hanno quantificato numero e intensità dei colpi di testa, distinguendo in particolare quelli ad alto impatto, definiti da traiettorie del pallone superiori a 20 metri. I prelievi ematici sono stati effettuati prima dell’incontro, entro un’ora dal termine e nuovamente a distanza di 24-48 ore. L’analisi ha incluso diversi biomarcatori candidati di danno neurale, tra cui p-tau217, NfL, GFAP, S100B e altri indicatori di sofferenza neuronale e gliale.
Gli effetti biologici del colpo di testa
I risultati indicano un’associazione significativa tra esposizione ai colpi di testa e incremento immediato dei livelli di S100B, biomarcatore spesso interpretato come indice di alterazione della barriera emato-encefalica o attivazione gliale. Inoltre, all’aumentare del numero di colpi di testa aumentavano anche i livelli di p-tau217, uno dei marker che negli ultimi anni ha assunto crescente interesse nella ricerca sulle taupatie e nella malattia di Alzheimer. L’effetto appariva dose-dipendente: quanto più numerosi erano i colpi, tanto maggiore l’effetto biologico. Ancora più marcata l’associazione nei giocatori esposti a colpi di testa ad alto impatto.
Un elemento rassicurante arriva dalla dinamica temporale: tutte le alterazioni osservate risultavano rientrate entro 24-48 ore. Tuttavia, è proprio la ripetizione cronica di queste modificazioni acute a rappresentare il punto interrogativo centrale. Se singoli episodi inducono variazioni transitorie, resta aperta la questione se l’accumulo di tali eventi, nell’arco di anni di attività sportiva, possa contribuire a processi neurodegenerativi a lungo termine.
Per il neurologo il dato appare particolarmente interessante perché aggiunge un tassello biologico a un dibattito finora sostenuto soprattutto da studi epidemiologici. Pur senza dimostrare un danno strutturale né stabilire un nesso causale con future patologie neurodegenerative, il lavoro suggerisce che anche il calcio amatoriale potrebbe non essere completamente neutro sul piano neurobiologico. Un risultato destinato probabilmente ad alimentare nuove discussioni su monitoraggio, prevenzione e possibili strategie per limitare l’esposizione ai colpi di testa ripetuti.


