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L’encefalite autoimmune come causa di demenza a rapida progressione responsiva al trattamento

Le encefaliti autoimmuni rappresentano la causa trattabile più frequente di demenza rapidamente progressiva e alcune caratteristiche cliniche precoci – in particolare crisi epilettiche, disturbi del movimento e manifestazioni psichiatriche – potrebbero aiutare il neurologo a identificarle prima ancora che arrivino i risultati degli esami ancillari. È il messaggio principale di uno studio multicentrico prospettico, illustrato sulle pagine della rivista “Neurology” in un articolo a prima firma di Robin W. van Steenhoven, del Centro medico universitario Erasmus di Rotterdam, nei Paesi Bassi; che suggerisce come l’osservazione attenta dei sintomi d’esordio possa accelerare il riconoscimento di forme potenzialmente reversibili e anticipare l’avvio di trattamenti immunologici.

Nella pratica clinica, la demenza rapidamente progressiva (RPD) rappresenta uno scenario diagnostico complesso e spesso urgente. Il ventaglio di possibili cause comprende malattie neurodegenerative, patologie infettive, encefalopatie metaboliche e processi immunomediati. In questo contesto, identificare rapidamente i pazienti con encefalite autoimmune è cruciale, poiché la tempestività dell’immunoterapia può modificare significativamente la prognosi.

Lo studio, prospettico e multicentrico, ha coinvolto 147 pazienti adulti con RPD arruolati nei Paesi Bassi tra il 2019 e il 2024. La coorte comprendeva il 46% di donne, con un’età mediana di 67 anni (range 36-86 anni). L’analisi diagnostica ha evidenziato che l’encefalite autoimmune costituiva la categoria più frequente, identificata in 58 pazienti su 147 (39%). Ancora più rilevante il dato relativo alle forme potenzialmente trattabili: tra i 95 casi considerati responsivi al trattamento, ben 58 (61%) erano attribuibili a encefalite autoimmune. Tra le condizioni non responsive prevalevano invece le malattie neurodegenerative, presenti in 20 pazienti (14%), e la malattia di Creutzfeldt-Jakob, diagnosticata in 17 casi (12%).

L’analisi dei fenotipi clinici

L’analisi dei fenotipi clinici iniziali ha permesso di individuare elementi potenzialmente utili nella pratica neurologica. Le crisi epilettiche all’esordio erano significativamente più frequenti nei pazienti con encefalite autoimmune rispetto al resto della coorte: erano presenti in 20 dei 58 pazienti con encefalite autoimmune (34%) contro 9 degli 89 pazienti con altre diagnosi (10%; p<0,001). Il dato assume particolare interesse considerando che in 9 dei 20 pazienti con encefalite autoimmune e crisi epilettiche (42%) gli episodi si manifestavano come eventi focali sottili e facilmente misconoscibili.

Tra i pazienti con crisi epilettiche, la forma più frequente era l’encefalite associata ad anticorpi anti-LGI1, identificata in 11 casi su 20 (55%). Questo dato conferma l’importanza di mantenere un elevato indice di sospetto di fronte a manifestazioni epilettiche atipiche in un contesto di rapido deterioramento cognitivo.

Anche i disturbi del movimento hanno mostrato caratteristiche interessanti. Alla presentazione erano osservati nel 17% dei pazienti con encefalite autoimmune e nel 35% dei pazienti con malattia di Creutzfeldt-Jakob, una differenza non statisticamente significativa. Tuttavia, la tempistica di comparsa appariva differente: nelle encefaliti autoimmuni i disturbi del movimento emergevano entro i primi tre mesi dall’esordio nell’80% dei casi, rispetto al 25% osservato nella malattia di Creutzfeldt-Jakob (p=0,004).

Lo studio ha inoltre identificato un profilo clinico peculiare nei pazienti con encefalite autoimmune senza crisi epilettiche. In questo sottogruppo, l’astrocitopatia autoimmune associata a GFAP rappresentava la forma più comune, osservata in 8 dei 31 pazienti (26%). In metà dei casi questi pazienti presentavano sintomi psicotici prominenti o disturbi del movimento (4 casi su 8 per ciascun quadro clinico).

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico