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Ictus_imaging

Ictus e deficit cognitivi: dalla diagnosi precoce all’intervento multimodale

L’evento ictale dev’essere riconosciuto tempestivamente, grazie a strumenti diagnostici adeguati, e trattato sulla base di strategie terapeutiche multimodali, al fine di ridurre al minimo l’impatto neuropsicologico e cognitivo

L’ictus ischemico costituisce una delle principali emergenze neurologiche per incidenza, mortalità e impatto sulla qualità della vita. Secondo i dati più recenti, è la terza causa di morte in Italia e la rima causa di disabilità a lungo termine. Ma oltre alle ben note sequele motorie e funzionali, sempre più attenzione è rivolta oggi alle complicanze cognitive, spesso sottostimate, ma clinicamente rilevanti.

In questo quadro, un fattore cruciale per l’outcome globale del paziente è l’intervento precoce, al punto che si usa dire che “il tempo è cervello”.
“L’ictus ischemico è una patologia tempo-dipendente. Quanto prima si interviene, tanto minori saranno gli esiti della lesione ischemica, inclusi quelli cognitivi. È stato dimostrato che circa il 30% dei pazienti con ictus sviluppa una forma di demenza o declino cognitivo”, spiega il prof. Massimo Del Sette, direttore dell’UOC di Neurologia presso l’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. Più nello specifico, occorre adottare strumenti adeguati per valutare precocemente i domini cognitivi colpiti dall’evento ischemico, evitando di limitarsi alla sola valutazione motoria o linguistica.

“È consigliabile misurare sistematicamente le funzioni cognitive dopo un ictus, non solo per fotografare il danno ma per guidare un trattamento personalizzato”, aggiunge Del Sette. “Oltre alla prevenzione secondaria, possiamo intervenire con terapie farmacologiche mirate, come colinomimetici, anticolinesterasici e citicolina, per supportare la funzione cognitiva residua.”
Da sottolineare anche che il deficit cognitivo post-ictus è molto più diffuso di quanto si pensi, anche in assenza di manifestazioni neurologiche gravi, come dimostrato dalle evidenze più recenti.

“Il declino cognitivo si osserva nel 60% dei pazienti con patologia cerebrovascolare, anche in quelli che non hanno avuto un ictus acuto conclamato”, spiega Leonardo Pantoni, Professore ordinario di Neurologia presso l’Università degli Studi di Milano.

Da qui l’importanza di una valutazione cognitiva precoce, integrata nel percorso clinico fin dalla fase acuta.
“Valutare precocemente i deficit cognitivi consente di capire meglio il profilo clinico del paziente e di adattare gli interventi riabilitativi. Un disturbo cognitivo non intercettato può compromettere l’efficacia della riabilitazione motoria e funzionale”, sottolinea il Prof. Pantoni. “È importante che questi pazienti vengano intercettati e riconosciuti subito per iniziare ogni tipo di trattamento necessario, dal punto di vista sia farmacologico sia cognitivo”.

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico