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Al via il 51° Congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia

Si apre sabato 28 novembre il 51° Congresso nazionale della Società Italiana di Neurologia, il primo interamente virtuale. L’appuntamento, che avrebbe dovuto svolgersi a Milano, fa registrare una partecipazione significativa anche nella modalità on linea, con 700 relatori e 1800 partecipanti

“Un risultato importante – come ha sottolineato nella conferenza stampa di presentazione dell’evento Gioacchino Tedeschi presidente della SIN – soprattutto in un momento di enorme impegno di tutta la classe medica e dei neurologi in particolare.”

Il professor Tedeschi ha evidenziato l’attualità e la qualità del programma scientifico, a cominciare dalle quattro sessioni plenarie che affronteranno i temi delle implicazioni neurologiche del Covid-19, dei nuovi percorsi condivisi di oncologia e neurologia, del sonno e malattie neurologiche e della medicina personalizzata in neurologia.

Un altro argomento di stretta attualità di cui si parlerà nel congresso è il tema della medicina digitale. Gli strumenti digitali, ha ricordato il prof. Tedeschi, si sono rivelati un supporto prezioso per il neurologo in questo periodo di emergenza sanitaria.

Per sfruttare al meglio i nuovi strumenti occorre la formazione dei neurologi e la SIN ha attivato una collaborazione  con gli sviluppatori della Apple Academy per corsi di formazione, con il supporto di Biogen, su tutti gli aspetti della Digital Health: App, terapie digitali, telemedicina, big data, epidemiologia digitale e le implicazioni che hanno per la professione medica.

Le sfide del Covid-19

Nella conferenza stampa virtuale che ha presentato il Congresso SIN è toccato al professor Carlo Ferrarese (Università di Milano –Bicocca) introdurre il tema delle implicazioni neurologiche del Covid-19.

Ferrarese ha ricordato che la pandemia ha coinvolto i neurologi sia per le complicanze neurologiche della malattia, sia per il pesante impatto che ha avuto sull’assistenza ai pazienti con malattie neurologiche acute e croniche.

Per quanto riguarda il primo aspetto il prof. Ferrarese ha confermato che esistono evidenze della capacità del virus di attaccare le cellule cerebrali sia per via ematica, sia attraverso il sistema nervoso.

I sintomi neurologici dei malati di Covid-19 sono stati segnalati fin da febbraio da studi condotti in Cina e sono stati pubblicati anche dati italiani sull’incidenza di queste complicanze nei pazienti ospedalizzati e seguiti a domicilio.

Per avere un quadro della situazione e raccogliere dati di grande importanza per l’inquadramento clinico della malattia la SIN ha promosso uno studio osservazionale multicentrico italiano per raccogliere i casi che hanno presentato un esordio neurologico o complicanze neurologiche in corso di COVID. Lo studio sarà poi coordinato con iniziative analoghe a livello europeo.

Il prof. Ferrarese ha poi ricordato che clinici e associazioni dei pazienti sono impegnati anche nel monitoraggio e nella segnalazione degli effetti che l’emergenza sanitaria sta avendo sull’assistenza ai malati di patologie croniche come Parkinson, Alzheimer, SLA, Sclerosi Multipla e molte altre.

Infine, da non sottovalutare anche l’impatto negativo di quarantena e isolamento sociale nei pazienti con demenza.

Demenze, nuove prospettive in campo diagnostico e terapeutico

Il tema delle demenze e delle nuove prospettive in campo diagnostico è terapeutico per queste patologie è stato affrontato dal professor Alessandro Padovani (Università di Brescia).

Lo scenario descritto da Padovani ha vari elementi di novità, a cominciare da un calo dell’incidenza delle demenze nei paesi ad alto reddito, nonostante l’invecchiamento della popolazione. Un fenomeno attribuibile a due fattori principali, l’aumento della scolarizzazione e il miglioramento degli stili di vita (dieta esercizio fisico, astensione dal fumo, ecc.). Un dato, sottolinea il prof. Padovani, che evidenzia come ci sia un margine di intervento sui fattori di rischio per prevenire e gestire la demenza.

D’altro canto, le ricerche recenti hanno fatto emergere l’importanza di fattori di rischio fino ad ora non sufficientemente considerati, come l’inquinamento ambientale e l’isolamento sociale.

Per quanto riguarda la diagnosi precoce, un altro dei grandi obiettivi della lotta alle demenze, vi sono importanti progressi sul fronte della genetica, con l’individuazione di profili ad alto rischio di sviluppare demenze, e risultati promettenti anche nello studio di particolari biomarker, che potrebbero segnalare l’inizio della malattia, con un esame del sangue, anche decenni prima della comparsa dei sintomi. Non essendo al momento disponibile una terapia risolutiva (con l’auspicio che presto possano esserci risposte concrete dai farmaci innovativi in sperimentazione ) l’obiettivo è quello di individuare precocemente i fattori di rischio e i sintomi prodromici in modo da attuare strategie di intervento mirate a contrastare il decadimento cognitivo.

Disturbi del sonno in aumento

Il professor Giuseppe Plazzi (Università di Bologna), presidente della AIMS (Associazione Italiana Medicina del Sonno) ha spiegato perché insonnia e disturbi del sonno hanno uno spazio significativo nel programma del Congresso Nazionale SIN. Questi disturbi, infatti, possono segnalare con anni di anticipo l’insorgenza di malattie neurodegenerative e hanno un rapporto diretto con l’efficienza del cervello.

Un tema d’attualità anche perché la pandemia da Covid-19 e il lockdown hanno fatto registrare un aumento di insonnia e disturbi del sonno, con una crescita esponenziale del consumo di alcuni farmaci come le benzodiazepine.

Il prof. Plazzi ha ricordato che l’AIMS ha attivato un servizio di consulenza sui disturbi del sonno durante la pandemia.

Psicofisiologia dei disordini della coscienza

L’ultimo intervento della conferenza stampa di presentazione del Congresso nazionale SIN è toccato al professor Giacomo Koch, (Fondazione Santa Lucia di Roma) che ha parlato della psicofisiologia dei disordini della coscienza. Si tratta delle ricerche che riguardano le persone in stato vegetativo o di minima coscienza, una condizione che può durare anche molti anni, con un pesante impatto sui familiari dei pazienti, oltre che sulle strutture assistenziali. Koch ha spiegato come la ricerca si stia concentrando su nuove modalità di valutazione dell’attività cerebrale residua in questi pazienti, nel tentativo e nella speranza di individuare le eventuali possibilità di ripresa.

Ultimo aggiornamento il 25 Novembre 2020 di Alessandro Visca

Alessandro Visca

Giornalista professionista specializzato in editoria medico­­­­-scientifica, editor, formatore.

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