Skip to content
declino cognitivo

Un intervento aggressivo sui fattori di rischio CV non sembra incidere sulle performance cognitive

Né l’esercizio aerobico, né la riduzione intensiva di pressione arteriosa e colesterolo LDL – né la loro combinazione – determinano un miglioramento significativo della funzione cognitiva globale negli anziani a rischio di demenza. È questo il dato principale che emerge da un ampio trial randomizzato multicentrico statunitense, che mette in discussione alcune ipotesi consolidate sulla prevenzione del declino cognitivo attraverso la modifica intensiva dei fattori di rischio cardiovascolare. I risultati sono illustrati in un articolo apparso su “JAMA Neurology” a prima firma di Rong Zhang, del Texas Health Presbyterian Hospital a Dallas, negli Stati Uniti.

Lo studio ha arruolato 513 soggetti tra i 60 e gli 85 anni, tutti senza demenza ma con almeno un fattore di rischio rilevante: ipertensione, storia familiare di demenza o declino cognitivo soggettivo. I partecipanti sono stati assegnati secondo un disegno fattoriale 2×2 a quattro gruppi: esercizio aerobico, intervento farmacologico intensivo sui fattori di rischio vascolare (riduzione della pressione sistolica <130 mmHg e LDL mediante atorvastatina), combinazione dei due interventi, oppure cure standard.

Dopo 24 mesi di follow-up – completati da 443 partecipanti, con 480 inclusi nell’analisi primaria – per l’endpoint primario non sono emerse differenze significative tra i gruppi. Il punteggio PACC (Preclinical Alzheimer Cognitive Composite), misura della funzione cognitiva globale, è aumentato in modo modesto e simile nei diversi bracci di trattamento. In particolare, l’incremento è stato di 0,2 punti nel gruppo senza esercizio (IC al 95%: 0,1-0,3) e di 0,3 punti nel gruppo con esercizio (IC al 95%: 0,2-0,4), con una differenza tra gruppi di 0,1 punti (IC al 95%: da -0,1 a 0,2; p= 0,37), quindi non significativa.

Risultati analoghi emergono per l’intervento farmacologico intensivo: il punteggio PACC è aumentato di 0,3 punti nel gruppo senza IRVR (IC al 95%: 0,2-0,4) e di 0,2 punti nel gruppo trattato (IC al 95%: 0,1-0,3), con una differenza di 0,1 punti (IC 95% -0,3 a 0,03; p= 0,12), anch’essa non significativa. Non sono state osservate interazioni significative tra tipo di intervento e tempo (p= 0,13).

Coerentemente, anche gli endpoint secondari – inclusi il punteggio composito della NIH Toolbox Cognition Battery e i singoli test cognitivi – mostrano variazioni sovrapponibili tra i gruppi, senza segnali di beneficio né per l’esercizio né per la strategia farmacologica intensiva.

Nel complesso, questi risultati suggeriscono che, almeno in un orizzonte temporale di due anni e in una popolazione a rischio ma senza demenza conclamata, la modifica intensiva dei fattori di rischio cardiovascolare e l’attività fisica strutturata non si traducono in un vantaggio cognitivo misurabile rispetto alle cure standard. Resta aperta la questione se effetti più sottili o benefici a più lungo termine possano emergere con follow-up prolungati o in sottogruppi specifici.

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico