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anziani corsa

Healthy aging, i fattori su cui è possibile intervenire

Sono passati oltre quarant’anni da quando il 20 ottobre 1982 James Jim Fries della Standford University propose, al convegno della National Academy of Science di Washington (1) di quell’anno, la teoria della compressione di malattia, secondo cui il segreto per dare più vita agli anni che verranno si cela nella mezza età, quando un sano stile di vita avvia un processo chiamato compression of morbidity che consente di addormentare in un angolo le malattie, creando una riserva extra di resilienza (2).

Tredici anni fa la Texas Southwestern University di Dallas ha dimostrato la correttezza delle ipotesi di Fries su JAMA Internal Medicine con uno dei più esaurienti studi di questo filone (3) dove, su 18.760 soggetti di ambo i generi, soprattutto maschi (79%) e di etnia caucasica (98%) arruolati all’età di 50 anni, quelli che avevano registrato i maggiori livelli di fitness negli ultimi 5 anni di vita sono andati incontro a un minor numero di malattie (50%) rispetto agli altri e il 34% ha sviluppato soltanto una o nessuna patologia di tipo cronico.

Fattori genetici

Fra i caveat indicati nell’interpretazione dei risultati, gli autori avvertivano di considerare anche il ruolo giocato dalla predisposizione genetica che riveste sicuramente un ruolo nella longevità costituendo un fattore confondente nell’interpretazione dei dati.

La risposta a tali dubbi è arrivata ora con uno studio su 13.999 soggetti fra 50 e oltre 100 anni, seguiti in media per circa 5 anni, pubblicato su Alzheimer’s&Dementia dai ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston (4) che indica come gli older old risultino geneticamente progettati con una maggior resilienza sia nella mente che nel corpo, cosicché nonagenari e centenari presentano funzionalità cognitive comparabili a quelle di chi ha molti anni di meno.

Centenari meno compromessi

Soprattutto fra i centenari il declino cognitivo appare più lento e le eventuali fasi di compromissione cognitiva che possono comparire prima dell’exitus sono mediamente di più breve durata. In questa categoria di soggetti si evidenziano comunque traiettorie cognitive diverse con una resilienza maggiore fra quelli con un’aspettativa di vita più lunga.

Peraltro solo in questi ultracentenari la resilienza cognitiva è associata a presenza di apolipoproteina E ε2 (5) condizione allelica notoriamente associata a un minor rischio di alterazioni cerebro-vascolari.

Longevità e resilienza

La miglior funzionalità cognitiva e il suo più lento decadimento si riscontrano soprattutto verso la fine della vita dei centenari, indicando che nell’estrema longevità si verifica un processo di compressione antidementigena simile a quella indicata da Fries per i cinquantenni.

Peraltro con una maggiore aspettativa di vita l’associazione fra alterazioni neuropatologiche e rischio di demenza cala, indicando una correlazione fra longevità e maggior resilienza cognitiva che risulta comunque variare in funzione di fattori genetici e di fattori modificabili.

Per quanto riguarda questi ultimi un altro studio dell’Università del Michigan di recente pubblicato su Addiction (6) focalizza l’attenzione sul pericolo di minare i principi di healthy living che hanno costituito uno dei capisaldi dello stile di vita dei centenari di oggi e che sta alla base dell’ipotesi di compressione di malattia di Fries.

Oggi infatti il 21% delle donne e il 10% degli uomini della generazione X (1965-80), la coda dei baby-boomeers, che hanno fra 50 e 60 anni d’età, così come il 12% delle donne e il 4% degli uomini fra i 65 e gli 80 anni, spesso per motivi economici o di solitudine esistenziale si alimentano con cibi ultraprocessati contravvenendo ai principi di healthy aging evidenziati dallo studio sulla giusta dieta per l’invecchiamento pubblicato a marzo su Nature Medicine (7). Secondo questa ricerca la dieta sana per questa età si basa sull’assunzione di frutta, verdura, grano integrale, legumi e prodotti caseari a basso contenuto di grassi, poca carne rossa, mantenendosi iposodica, ipoglicemica e priva di prodotti ultraprocessati.

Uno stile di alimentazione che, associato ad un’adeguata fitness, può aiutare i soggetti delle generazioni studiate dall’Università del Michigan e tutti gli altri che nel mondo si trovano nelle stesse condizioni a diventare i centenari di domani.

Bibliografia

  1. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2424092/
  2. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2690269/
  3. https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/1352789
  4. https://doi.org/10.1002/alz.70683
  5. https://www.strokejournal.org/article/S1052-3057(23)00252-5/abstract
  6. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/add.70186
  7. https://doi.org/10.1038/s41591-025-03570-5
Cesare Peccarisi

Responsabile della Comunicazione Scientifica della Società Italiana di Neurologia