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Una correlazione tra infezione da coronavirus e ictus ischemico

L’infezione da SARS-CoV-2 è associata a un incremento del rischio di ictus ischemico acuto entro tre giorni dalla diagnosi in soggetti con 65 anni di età o più. È questa la conclusione di uno studio condotto da Xin Tong e colleghi dell’Università di Atlanta, negli Stati Uniti, e illustrato sulle pagine di “Neurology”. Diversi studi recenti hanno preso in considerazione la possibile associazione tra infezione da nuovo coronavirus e rischio di ictus, ma i risultati sono stati finora poco coerenti tra loro, con tassi di eventi ictali che vanno dallo 0,4% all’8% e valori medi intorno all’1,4%.

Gli autori hanno analizzato i dati raccolti nel database Medicare fee-for-service (FFS),  includendo 37.379 soggetti ultraessantacinquenni. I pazienti avevano un’età media di 80,4 ed erano di sesso femminile nel 56,7% dei casi; il 34,0% aveva una storia di ictus e il 28,5% è morto prima della fine del follow-up.

Stratificato per diversi periodo temporali (0-3, 4-7, 8-14, 15-28 giorni dopo la diagnosi di COVID-19), il rischio è risultato di: 10,3; 1,61; 1,44 e 1,09, rispettivamente. L’associazione osservata, in particolare, era più forte tra i pazienti più giovani (età 65-74 anni), in cui l’aIRR ai giorni 0-3 era 14,7 rispetto al 7,04 tra quelli di età maggiore di 85 anni.

In una sottoanalisi che ha rimosso il giorno 0, i valori di aIRR sono risultati di: 1,77 (1-3 giorni); 1,60 (4-7 giorni); 1,43 (8-14 giorni) e 1,09 (15-28 giorni).

Infine, il rischio di ictus ischemico acuto è risultato più pronunciato tra i pazienti senza storia di ictus (aIRR: 14,6) rispetto a quelli con ictus pregresso (aIRR: 7,92).

aggiornato il 21/03/2022 da Alessandro Visca

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico