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Psicologia cognitiva. Siamo davvero liberi di decidere? La risposta è nell’area 120/47 della corteccia

I ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze della Washington University di Saint Louis diretti da Ahmad Jezzini hanno pubblicato su Neuron uno studio secondo cui il libero arbitrio è gestito dall’area 120/47, sita fra corteccia cerebrale prefrontale ventro-laterale (vlPFC) e corteccia cingolare anteriore (ACC).

Conterrebbe due diversi tipi di neuroni: uno per decidere cosa possa apportare beneficio e un altro che, all’opposto, avverte di cosa possa essere dannoso.

L’azione di quest’area media in modo integrato e ambivalente le scelte, valutando pro e contro secondo un modus operandi utile a risolvere anche problemi complessi in cui sono coinvolte istanze emotive di cui si occupa la corteccia limbica.

Effetto framing

Il filone di ricerca in cui rientra questo studio è in atto da tempo: uno dei primi studi fu pubblicato dai ricercatori della Mayo Clinic nel 2005, che individuarono nella corteccia prefrontale ventro-mediale (vmPFC) la sede del cosiddetto framing effect cioè effetto cornice, secondo cui ogni decisione è incorniciata dalle informazioni ambientali del momento, così da avere un comportamento che si adatta al contesto in cui è inserita.

I ricercatori della Mayo avevano fatto leggere a 21 soggetti 30 notizie di 4 giornali di diversa affidabilità e serietà, chiedendo poi quali considerassero vere e quali false.

Le false furono attribuite quasi sempre a giornali di cattiva fama e fu possibile vedere tramite MRI che durante la scelta si attivava la vmPFC in misura proporzionale a quanto il soggetto era influenzato dall’affidabilità del giornale.

La bellezza di queste ricerche va oltre la possibilità di un preciso inquadramento anatomo-funzionale di attività mentali come una scelta, perché costituisce il punto d’incontro con un’importante filone della psicologia cognitiva, quello dei cosiddetti bias cognitivi.

Bias cognitivi

Il termine inglese bias deriva dal provenzale biais e ancor prima dal greco “epikársios” che significa obliquo, inclinato.

Usato nel gioco delle bocce per i tiri sbagliati, ha finito per indicare inclinazione, predisposizione, pregiudizio e in psicologia cognitiva è diventato sinonimo di distorsione cognitiva nel giudizio o nell’interpretazione di un evento. Ne esistono varie forme: bias di conferma, di ancoraggio, eccetera.

L’anno scorso alcuni ricercatori anglo-americani delle Università di Londra e Chicago hanno pubblicato su Nature Neuroscience uno studio (3) secondo cui, oltre a gestire il bias di framing dell’effetto cornice, la corteccia prefrontale postero-mediale si occupa anche di uno dei principali bias cognitivi cioè quello di conferma, che si verifica quando la forza delle nostre convinzioni si riduce scontrandosi con le opinioni contrarie di molti altri, mentre si fortifica se trova conferma nel sentire comune.

Il bias di conferma porta alla ricerca ossessiva di prove coerenti con le proprie idee, facendoci nascondere la testa come gli struzzi di fronte a qualsiasi informazione possa confutarle.

Ne abbiamo avuto un brutto esempio con la pandemia da Covid durante la quale sono aumentati a dismisura i cosiddetti complottisti, soggetti che  tendono a prendere sempre per buone le notizie che sembrano dimostrare le loro teorie, bollando come fake news tutte le altre, senza mai chiedersi se queste possano invece essere anche solo parzialmente corrette.

Per di più l’algoritmo della rete che costoro usano come fonte di conoscenza li espone, per scopi commerciali, a un bias di conferma perenne perché crea un circolo vizioso in base al quale più si cliccano certe notizie, più queste vengono riproposte, convincendo così l’ignaro utente che molti altri sono del suo stesso avviso, il che non fa che confermare le sue idee, spingendolo sempre di più a rifiutare quelle contrarie.

Le fake news sulla pandemia, amplificate dall’uso dei social, hanno fatto così da volano a un’errata valutazione di opinioni e argomenti, favorendo la propaganda complottista, le tesi sulla scarsa credibilità dei media, il disprezzo per l’opinione degli esperti, la polarizzazione e la manipolazione delle opinioni. Tutto questo ha portato a manifestazioni di ostilità verso le istituzioni, fino ad azioni violente come l’attacco alla Casa Bianca e, in Italia, alla sede della CGIL.

Omeostasi psicofisica

Secondo uno studio dell’Università di Amsterdam le modalità di pensiero e di giudizio hanno come comune scopo l’omeostasi psicofisica.

In questo processo non interverrebbero solo la corteccia prefrontale o le aree limbiche, bensì una rete diffusa per la quale gli autori si auspicavano venissero individuati al più presto i principali hub, uno dei quali sembra essere l’area 120/47 ora individuata dai ricercatori di Washington.

Ragionamento euristico

Per capire come nei processi decisionali intervengono i bias della psicologia cognitiva pensiamo ad esempio al medico il quale, ogni volta che fa una diagnosi e prescrive una terapia, si confronta con una condizione di incertezza e di rischio, prendendo decisioni da cui dipendono il benessere e talvolta la stessa vita del paziente.

La sua esperienza e preparazione riducono il rischio di errori, ma limiti di tempo e fattori situazionali possono favorire il ricorso alle cosiddette strategie euristiche di pensiero, possono cioè spingerlo a ragionare d’intuito come facevano i nostri antenati quando avevano pochi secondi per capire come sfuggire a una belva per salvarsi la pelle.

Il medico che fa una rapida diagnosi d’intuito magari salvando la vita a un paziente può ad esempio incorrere in un altro bias, quello dell’ancoraggio, concetto usato nel marketing di vendita a indicare la distorsione del giudizio su un prodotto: il prezzo del primo che troviamo sarà quello che resta ancorato nella nostra mente e con cui valuteremo quello di tutti gli altri che troveremo in seguito.

Allo stesso modo nel medico c’è il rischio che i sintomi di un certo quadro clinico restino ancorati nella sua mente se con quella diagnosi ha salvato la vita di un paziente.

Se poi ne ha avuto conferma in altri casi e accade che l’urgenza di uno di questi non gli conceda il tempo per una valutazione critica dei pro e dei contro può incorrere in un errore di scelta decisionale prendendo magari una cantonata.

Scelte intuitive

Una raccomandazione per tutti è riflettere bene prima di ogni decisione importante, cercando cioè di coinvolgere la corteccia vlPFC quantomeno per ridurre le probabilità di incorrere negli errori indotti dai bias cognitivi che purtroppo fanno naturalmente parte del modo di pensare dell’uomo.

Gli psicologi cognitivi da tempo indicano che le scelte intuitive o istintive sono una modalità di pensiero assai diffusa.

Alla luce del recente studio di Neuron possiamo intepretarli come una scorciatoia mentale per prendere decisioni quando c’è poco tempo, senza aspettare la valutazione razionale dei pro e dei contro della corteccia vlPFC. Ma se da un lato questo modo di decidere può essere vantaggioso, dall’altro è gravido di errori decisionali che minano l’accuratezza dei giudizi.

L’indice sulla tempia

Occorre sempre chiedersi se i dati in proprio possesso sono davvero gli unici disponibili o se è stata fatta una sintesi frettolosa per arrivare a una rapida conclusione, sopravvalutando le proprie competenze senza ascoltare fonti autorevoli o se, per confermare la propria tesi, si sono cercate informazioni in maniera imparziale e sulle giuste fonti.

Nessuno sfugge ai bias cognitivi e per evitarli si può solo cercare di sfruttare quanto più possibile il pensiero razionale della corteccia cerebrale prefrontale ventro-laterale, quella laddove per convenzione si punta l’indice a significare pensa a ciò che fai.

Peraltro anche i neuroni dell’area 120/47 sono sotto l’influenza dei comportamenti automatici appresi nell’evoluzione con cui l’uomo è riuscito a sopravvivere in ambienti ostili usando decisioni euristiche, cioè con meccanismi di pensiero automatici che fanno raggiungere rapidamente una soluzione quando c’è poco tempo.

Ultimo aggiornamento il 26 Ottobre 2021 di Alessandro Visca

Cesare Peccarisi

Giornalista scientifico, neurologo, editorialista del Corriere Salute, già Responsabile della comunicazione scientifica dell’Istituto Neurologico Besta di Milano e di diverse Società Scientifiche Italiane

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