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SLA, uno studio italiano evidenzia il ruolo della glia

Uno studio condotto dall’Università di Trento e pubblicato sulla rivista Brain offre nuovi elementi per comprendere la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), in particolare nelle forme a progressione lenta. La Sla è una malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni, ma si caratterizza per una forte eterogeneità clinica e molecolare, con decorso molto variabile tra i pazienti.

La ricerca si concentra sul ruolo della glia, insieme di cellule di supporto del sistema nervoso. I risultati mostrano che, nelle fasi iniziali della malattia, astrociti e oligodendrociti perdono la loro funzione di sostegno ai neuroni (de-differenziazione), mentre nelle fasi avanzate diventano pro-infiammatori, contribuendo al danno neuronale.

Manuela Basso, professoressa di Biologia applicata al Dipartimento di Biologia cellulare, computazionale e integrata dell’Università di Trento e corresponding author dell’articolo, entra nel dettaglio:

I dati osservati in un modello di Sla a progressione lenta mostrano l’importanza di astrociti e oligodendrociti nella patogenesi della Sla. Correggendo la proteina TDP-43, il cui alterato funzionamento è osservato nel 97% delle Sla, abbiamo rilevato che, in momenti differenti di malattia, queste cellule si comportano diversamente: all’inizio della malattia de-differenziano, ovvero perdono le specializzazioni che permettono un supporto ai neuroni. Nelle fasi tardive, invece, si verifica un aumento della infiammazione in tutte le cellule gliali. Sarà interessante comprendere come varia l’evoluzione della malattia in casi a progressione veloce.”

La ricerca ha identificato un elemento chiave, il fattore MYC, che quando è iperattivo altera il comportamento delle cellule gliali, inducendole a rilasciare vescicole dannose per i neuroni. Queste vescicole sono state rilevate anche nel liquido cerebrospinale dei pazienti, suggerendo un possibile ruolo come biomarcatori per diagnosi e monitoraggio. Come chiarisce la professoressa Basso:

Il nostro studio ha scoperto un ‘colpevole’ dello stato anomalo delle cellule gliali: un fattore chiamato ‘MYC’, che quando è iperattivo spinge le cellule gliali a cambiare comportamento. Non solo diventano infiammatorie, ma rilasciano piccole vescicole che, invece di nutrire i neuroni, li rendono più vulnerabili. Abbiamo osservato questi segnali anche nel liquido cerebrospinali dei pazienti e questo ci porta a ipotizzare che le vescicole possano essere dei biomarcatori per diagnosticare e monitorare l’evoluzione della malattia. E allo stesso tempo che ‘MYC’ possa essere un nuovo bersaglio molecolare per riportare le cellule gliali a supportare neuroni.”

Lo studio apre quindi prospettive per nuove strategie terapeutiche, puntando sia su MYC come bersaglio molecolare sia sull’identificazione di sottogruppi di pazienti. Ulteriore obiettivo sarà definire le diverse fasi temporali della malattia per intervenire in modo più mirato.

Redazione

articolo a cura della redazione