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Demenza, il rischio può aumentare in caso di infezioni gravi

Le infezioni gravi si confermano come fattori di rischio indipendenti per la demenza, anche dopo un’analisi approfondita delle numerose patologie concomitanti che caratterizzano la popolazione anziana. È quanto emerge da un ampio studio finlandese illustrato sulle pagine di “PLOS Medicine” basato su registri nazionali, che rafforza l’ipotesi di un ruolo diretto dei processi infettivi nella patogenesi del declino cognitivo.

Il tema non è nuovo: da tempo le infezioni severe sono associate a un aumento del rischio di demenza, ma il dubbio principale riguarda il peso dei fattori confondenti. Nei pazienti anziani, infatti, infezioni e demenza condividono frequentemente un terreno comune fatto di multimorbidità, fragilità e condizioni croniche. Il valore aggiunto di questa analisi risiede proprio nel tentativo sistematico di isolare il contributo specifico delle infezioni rispetto a un ampio spettro di patologie concomitanti.

Lo studio, condotto da Pyry N. Sipilä, dell’Università di Helsinki, in Finlandia, e colleghi, ha coinvolto 62.555 soggetti con diagnosi di demenza a esordio tardivo e 312.772 controlli appaiati. Applicando un periodo di latenza di un anno, gli autori hanno identificato 29 condizioni morbose associate a un aumento significativo del rischio di demenza (rate ratio ≥1,20), tra cui disturbi mentali e comportamentali, patologie cardiometaboliche, neurologiche e gastrointestinali. Complessivamente, 29.376 pazienti, pari al 47% dei casi di demenza, presentavano almeno una di queste condizioni prima della diagnosi.

In questo contesto, due infezioni – la cistite e le infezioni batteriche non specificate trattate in ospedale – hanno mostrato un’associazione solida e persistente con la demenza. Per la cistite, il rischio relativo era pari a 1,22 (IC al 95% 1,17-1,27) prima dell’aggiustamento per comorbidità e rimaneva sostanzialmente invariato a 1,19 (IC al 95%: 1,14-1,24) dopo correzione. Analogamente, per le infezioni batteriche non specificate, il rate ratio passava da 1,21 (IC al 95%: 1,16-1,28) a 1,19 (IC al 95%: 1,13-1,25) dopo aggiustamento, indicando un effetto indipendente delle infezioni sul rischio di demenza.

L’ipotesi di un ruolo biologico delle infezioni nello sviluppo della demenza

L’associazione appare coerente nei diversi sottogruppi analizzati, inclusi sesso e livello di istruzione, e risulta più marcata nei casi di demenza a esordio precoce. Questo dato rafforza l’ipotesi di un ruolo biologico diretto delle infezioni, potenzialmente mediato da meccanismi infiammatori sistemici e neuroinfiammatori.

Resta tuttavia qualche limite, intrinseco agli studi basati su registri: non è stato possibile valutare direttamente fattori psicosociali, comportamentali o alcuni determinanti biologici. Nonostante ciò, la dimensione del campione e la stabilità delle stime conferiscono solidità ai risultati.

Nel complesso, lo studio suggerisce che la prevenzione e la gestione tempestiva delle infezioni severe potrebbero contribuire, almeno in parte, alla riduzione del rischio di demenza. Per il neurologo clinico, questi dati sottolineano l’importanza di considerare gli eventi infettivi non solo come complicanze intercorrenti, ma come possibili fattori prognostici nella traiettoria cognitiva del paziente anziano.

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico