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Demenza, confermato l’effetto protettivo della caffeina

Un consumo regolare e moderato di caffè – circa 2-3 tazzine al giorno – è associato a un rischio significativamente più basso di demenza e a esiti cognitivi più favorevoli nel lungo periodo, mentre il caffè decaffeinato non mostra alcun beneficio. È questa la conclusione principale di un ampio studio prospettico pubblicato su “JAMA”, destinato a riaccendere il dibattito sul ruolo delle bevande contenenti caffeina nella prevenzione del declino cognitivo.

Lo studio ha analizzato i dati di 131.821 partecipanti provenienti da due grandi coorti statunitensi di operatori sanitari (Nurses’ Health Study e Health Professionals Follow-up Study), seguiti fino a 43 anni. Al baseline nessuno presentava demenza, Parkinson o neoplasie. L’assunzione di caffè (caffeinato e decaffeinato) e tè è stata valutata ripetutamente ogni 2-4 anni mediante questionari alimentari validati, consentendo una stima robusta dell’esposizione nel tempo.

Durante il follow-up sono stati documentati 11.033 casi di demenza. Dopo aggiustamento per numerosi fattori confondenti, l’assunzione più elevata di caffè con caffeina si è associata a una riduzione del rischio di demenza del 18% rispetto ai non o bassi consumatori (HR 0,82; IC 95% 0,76-0,89). In termini assoluti, l’incidenza è risultata di 141 vs. 330 casi per 100.000 persone-anno tra il quartile più alto e quello più basso di consumo.

Il beneficio non si è limitato alla diagnosi di demenza. I forti consumatori di caffè caffeinato hanno riportato anche una minore prevalenza di declino cognitivo soggettivo. Nella coorte femminile, in cui erano disponibili test neuropsicologici telefonici, l’assunzione più elevata di caffeina si è inoltre associata a prestazioni cognitive leggermente migliori, misurate con il TICS e con un indice globale di cognizione (quest’ultimo al limite della significatività statistica).

Un dato di particolare interesse clinico è l’assenza di associazioni significative per il caffè decaffeinato, che non ha mostrato alcun effetto protettivo né sul rischio di demenza né sulle performance cognitive. Il tè, invece, ha evidenziato risultati sovrapponibili al caffè caffeinato, con il massimo beneficio osservato a 1-2 tazze al giorno. Le analisi dose-risposta suggeriscono una relazione non lineare, con vantaggi concentrati su livelli di consumo moderati e non necessariamente crescenti alle dosi più elevate.

Nel complesso, lo studio fornisce una delle evidenze epidemiologiche più solide a favore di un ruolo della caffeina – più che del caffè in sé – come possibile fattore protettivo nei confronti del declino cognitivo. Pur non potendo stabilire un nesso causale, i risultati rafforzano l’ipotesi che meccanismi neurobiologici legati alla caffeina (modulazione dell’adenosina, effetti neurovascolari e antinfiammatori) possano tradursi, nel lungo periodo, in un vantaggio clinicamente rilevante.

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico