
Biomarcatori plasmatici e copatologie nella malattia di Alzheimer
La maggior parte delle demenze in età avanzata è caratterizzata dalla coesistenza di più processi neuropatologici. In questo contesto, la crescente diffusione dei biomarcatori plasmatici solleva una questione cruciale per il neurologo clinico: quanto sono specifici questi marker per la patologia di Alzheimer (AD) in presenza di copatologie non-AD?
Un recente studio condotto nell’ambito della Massachusetts Alzheimer’s Disease Research Center Longitudinal Cohort ha affrontato questo problema valutando la specificità di pTau217, GFAP e neurofilamento a catena leggera (NfL) rispetto al cambiamento neuropatologico dell’AD (Alzheimer disease neuropathological change, ADNC), utilizzando il gold standard autoptico.
Lo studio, illustrato sulla rivista “Neurology” da Pia Kivisäkk, della Harvard Medical School di Boston, negli Stati Uniti, ha incluso 187 soggetti sottoposti ad autopsia cerebrale, con prelievo plasmatico effettuato mediamente entro tre anni dal decesso, e 67 controlli cognitivamente normali senza diagnosi neurologica. I biomarcatori sono stati dosati mediante immunodosaggi S-PLEX ad alta sensibilità, e le associazioni con i diversi stadi neuropatologici sono state analizzate controllando per età, sesso e intervallo pre-morte.
pTau217 biomarcatore altamente specifico per l’Alzheimer
I risultati mostrano in modo chiaro che pTau217 aumenta progressivamente con la gravità della patologia Alzheimer, correlando in maniera dose-dipendente sia con le fasi di Thal sia con gli stadi di Braak. Al contrario, GFAP e NfL non dimostrano una specificità comparabile: quasi la metà dei soggetti privi di ADNC presentava livelli elevati di GFAP, mentre NfL si conferma come marcatore aspecifico di neurodegenerazione.
Un dato clinicamente rilevante riguarda i pazienti con una diagnosi neuropatologica primaria non-AD: circa il 23% presentava pTau217 elevato. Tuttavia, nella maggior parte dei casi ciò rifletteva la presenza di copatologia AD significativa, piuttosto che un falso positivo. Inoltre, i livelli di pTau217 non risultavano influenzati dalla presenza di altre copatologie frequenti, quali angiopatia amiloide cerebrale, α-sinucleinopatie, proteinopatie TDP-43 o tauopatie primarie.
Dal punto di vista interpretativo, questi dati supportano l’idea che pTau217 sia un biomarcatore plasmatico altamente specifico per la patologia Alzheimer, anche in contesti clinico-neuropatologici complessi. Un risultato positivo per pTau217 in un paziente con sospetta demenza non-AD non dovrebbe quindi essere automaticamente considerato un errore diagnostico, ma piuttosto un’indicazione della presenza di copatologia Alzheimer, con potenziali implicazioni prognostiche e terapeutiche.
In conclusione, questo studio rafforza il ruolo di pTau217 come strumento affidabile per l’identificazione in vivo della patologia Alzheimer, sottolineando l’importanza di interpretare i biomarcatori plasmatici alla luce della frequente multimorbidità neuropatologica che caratterizza le demenze dell’età avanzata.


