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anziani dieta

Lo stile di vita come terapia per la mente e il corpo

Dieta sana, attività fisica, socialità e diagnosi precoce sono le basi per una longevità attiva e per contrastare il declino cognitivo

In un Paese come l’Italia, tra i più longevi al mondo con un’aspettativa di vita che supera gli 82 anni, l’invecchiamento della popolazione comporta inevitabilmente un aumento delle patologie croniche e delle comorbilità. Ma vivere più a lungo non deve significare necessariamente vivere peggio. Lo ricorda il professor Francesco Landi, neurologo, direttore dell’UOC di Medicina interna geriatrica della Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma, che pone l’accento su uno dei fattori più determinanti per un invecchiamento in salute: lo stile di vita.

“Esercizio fisico e alimentazione impattano non solo sul muscolo, ma anche sul cervello”, afferma il professore, sottolineando quanto sia importante conquistare una longevità attiva, che comprenda non solo il benessere fisico ma anche quello cognitivo. Controllare i fattori di rischio cardiovascolari – come colesterolo, glicemia e peso – è solo una parte della prevenzione. Fondamentale è promuovere abitudini sane, con particolare attenzione a dieta ed esercizio.
Anche nei casi in cui la deambulazione è ridotta, il consiglio è di non rinunciare alla mobilità e alla vita sociale: uscire, interagire, fare passeggiate o entrare in contatto con animali, oggi considerati parte integrante di approcci terapeutici innovativi, può rivelarsi decisivo nel mantenere la mente allenata.”

L’età avanzata è il principale fattore di rischio per l’insorgenza della demenza, e in particolare dell’Alzheimer. Anche in questo caso occorre agire su più fronti: una sana alimentazione e, quando necessario, l’utilizzo mirato di integratori, possono contribuire a migliorare le performance fisiche e cognitive, sostenendo un invecchiamento realmente attivo e dignitoso.

“Uno stile di vita sano, una buona riserva cognitiva, l’attività neuromotoria e il trattamento delle patologie concomitanti aiutano il cervello a essere più resiliente”, afferma il professor Marco Bozzali, professore associato di Neurologia dell’Università di Torino, presidente SINDEM, ribadendo quanto sia fondamentale promuovere comportamenti preventivi lungo tutto l’arco della vita. L’intervento tempestivo, però, è altrettanto cruciale: una diagnosi precoce consente di intervenire con maggiore efficacia sui fattori modificabili, rallentando il decorso della malattia e migliorando la qualità di vita del paziente, della famiglia e dei caregiver.

Secondo il professor Roberto Monastero, professore associato di Biomedicina, Neuroscienze e Diagnostica avanzata dell’Università di Palermo, alla base del declino cognitivo ci sono diverse cause, ma la più comune è di tipo neurodegenerativo, come nel caso dell’Alzheimer, legato all’accumulo della proteina beta-amiloide. Spesso si associano anche danni vascolari e neuroinfiammazione, che peggiorano il quadro clinico.
Il vero punto di svolta è “intercettare la malattia nelle fasi iniziali”, prima che il deficit cognitivo diventi invalidante. “Si deve intervenire il prima possibile”, sia con la prevenzione dei fattori di rischio modificabili – come ipertensione, obesità e diabete – sia con terapie farmacologiche già disponibili”, afferma Monastero.
Oggi esistono farmaci sintomatici e nootropi, ma nei prossimi anni l’arrivo di terapie in grado di ‘modificare il decorso della malattia’ potrà davvero cambiare la gestione del declino cognitivo. Il futuro della demenza si gioca, quindi, sulla “diagnosi precoce e sulla prevenzione attiva”.

Redazione

articolo a cura della redazione