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Il monitoraggio della pressione intracranica in terapia intensiva

In un nuovo studio apparso su “Lancet Neurology”, Chiara Robba del Policlinico San Martino di Genova e colleghi descrivono le attuali pratiche di monitoraggio della pressione intracranica (PIC) per i pazienti con lesioni cerebrali acute nei centri di tutto il mondo e valutano le variazioni nelle indicazioni per il monitoraggio della pressione intracranica, nonché gli interventi e la loro associazione con gli esiti a lungo termine.

Si tratta di uno studio di coorte prospettico e osservazionale, denominato SYNAPSE-ICU, condotto in 146 unità di terapia intensiva (UTI) in 42 paesi, che ha considerato tutti i pazienti di età pari o superiore ai 18 anni con una lesione cerebrale acuta dovuta a ictus emorragico primario (compresa l’emorragia intracranica o subaracnoidea) o una lesione cerebrale traumatica. Le differenze tra i centri nell’uso del monitoraggio della pressione intracranica sono state quantificate utilizzando l’odds ratio mediano (MOR).

Sono stati inclusi nello studio 4776 pazienti, di cui 1287 (54%) con lesioni cerebrali traumatiche, 587 (25%) con emorragia intracranica e 521 (22%) con emorragia subaracnoidea. L’età mediana dei pazienti era di 55 anni (IQR: 39-69) e 1567 (65%) pazienti erano maschi. È stata registrata una notevole variabilità nell’uso del monitoraggio della pressione intracranica tra i centri (MOR= 4,5 tra due centri scelti a caso per pazienti con covariate simili).

La mortalità a sei mesi è risulta inferiore nei pazienti sottoposti a monitoraggio della PIC (441/1318 [34%]) rispetto a quelli non monitorati (517/1049 [49%]; p<0,0001). Il monitoraggio della pressione intracranica è risultato associato a una mortalità a sei mesi significativamente più bassa nei pazienti con almeno una pupilla non reattiva (hazard ratio [HR] 0,35; p<0,0001), e a un migliore esito neurologico a sei mesi (odds ratio: 0,38; p=0,0025).

Il livello d’intensità di terapia mediano era più alto nei pazienti con monitoraggio della PIC (9 [IQR 7,12]) rispetto a quelli che non erano monitorati (5 [3,8]; p<0,0001) e un incremento di un punto nel livello d’intensità della terapia era associato a una riduzione della mortalità (HR: 0,94; p=0,0011).

Ultimo aggiornamento il 7 Settembre 2021 di Pierpaolo Benini

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico

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