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alzheimer paziente

La semaglutide non rallenta la progressione dell’Alzheimer

Secondo i risultati di due studi di fase 3, denominati rispettivamente Evoke (N= 1855) ed Evoke Plus (N= 1953), la semaglutide orale non ha ridotto in modo significativo la progressione della malattia nei pazienti con Alzheimer in fase iniziale (AD). Ad annunciarlo è stato un comunicato di NovoNordisk, l’azienda che ha sviluppato il farmaco. I trial in doppio cieco, controllati con placebo, volti a valutare il potenziale di modifica della malattia della semaglutide, un agonista del recettore GLP-1, in pazienti con AD sintomatica in fase iniziale.

Per essere arruolati in questi studi, i pazienti di età compresa tra 55 e 85 anni dovevano presentare un lieve deterioramento cognitivo o una lieve demenza dovuta all’AD con positività amiloide confermata. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale in rapporto 1:1 a ricevere semaglutide per via orale o placebo in aggiunta alla terapia standard; gli studi includevano una fase di trattamento di 104 settimane e una fase di estensione di 52 settimane.

L’endpoint primario era la variazione del punteggio Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (CDR-SB). Il CDR-SB misura la cognizione e la funzione utilizzando 6 domini. Ciascun dominio viene valutato con un punteggio da 0 a 3, che viene poi sommato per ottenere un punteggio totale (massimo 18); punteggi più alti indicano un deterioramento maggiore.

I risultati hanno mostrato che la variazione rispetto al basale del punteggio CDR-SB non è migliorata in modo significativo con semaglutide rispetto al placebo. Nel gruppo trattato con semaglutide è stato osservato un miglioramento dei biomarcatori correlati all’AD, ma questo non è risultato associato a un ritardo nella progressione della malattia.

La notizia del fallimento dei due trial è stata ripresa da un comunicato emesso dalla SinDEM (associazione Autonoma aderente alla SIN per le demenze).

“Pur trattandosi di un risultato non significativo, la SINdem considera la conclusione di questi studi un momento importante per l’avanzamento della ricerca nel campo delle demenze”, si legge nella nota. “L’esecuzione di due grandi trial clinici globali, condotti con rigore metodologico e focalizzati su meccanismi biologici alternativi all’amiloide, rappresenta un segnale della maturità raggiunta dal settore e del crescente interesse verso la complessità fisiopatologica della malattia di Alzheimer.”

“Gli stessi dati diffusi da Novo Nordisk – continua la nota – indicano la presenza di modificazioni favorevoli di alcuni biomarcatori di neurodegenerazione, un elemento che, pur non accompagnato da un beneficio clinico, suggerisce che l’intervento sul metabolismo sistemico possa comunque influenzare processi rilevanti nella cascata fisiopatologica della malattia di Alzheimer.”

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico