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declino cognitivo

Rischio cardiovascolare nei soggetti con deterioramento cognitivo lieve

Negli ultimi anni, l’introduzione degli anticorpi monoclonali anti-amiloide ha modificato in modo sostanziale il panorama terapeutico del deterioramento cognitivo lieve e della malattia di Alzheimer nelle fasi iniziali. Tuttavia, l’impiego di queste terapie solleva questioni rilevanti in termini di sicurezza, in particolare per il possibile incremento del rischio di emorragia intracranica quando co-prescritte con anticoagulanti o trombolitici. Tale rischio, già evidenziato nei trial clinici e nelle raccomandazioni degli esperti, pone un problema concreto nella pratica clinica, considerando l’elevata prevalenza di comorbidità cardiovascolari nella popolazione anziana.

In questo contesto si inserisce uno studio longitudinale, illustrato sulla rivista “Neurology” in un articolo a prima firma di Anna L. Parks, dell’Università dello Utah, negli Stati Uniti. Basato sui dati della Health and Retirement Study con linkage ai registri Medicare, lo studio ha analizzato una coorte di oltre 12.000 individui di età ≥65 anni privi, al baseline, di indicazioni alla terapia anticoagulante. I partecipanti sono stati stratificati in base allo stato cognitivo (normale, MCI, demenza) e seguiti per valutare l’incidenza a un anno di eventi cardiovascolari maggiori che tipicamente determinano l’avvio di anticoagulazione o terapia trombolitica. L’analisi è stata condotta mediante modelli di sopravvivenza Fine-Gray, considerando il decesso come rischio competitivo, un approccio metodologicamente appropriato in una popolazione anziana con elevata mortalità.

I risultati mostrano che, nei soggetti con MCI, il rischio cumulativo a un anno di sviluppare una nuova indicazione a tali terapie è pari al 5,7%, mentre nei pazienti con demenza raggiunge il 6,7%. Tra le singole condizioni, la fibrillazione atriale presenta un’incidenza simile nei due gruppi (1,7%), mentre la trombosi venosa profonda appare più frequente nei pazienti con demenza (1,8% vs 1,2% nel MCI). L’ictus rappresenta una delle condizioni più rilevanti, con un’incidenza che arriva al 2,4% nella demenza. Più contenute risultano invece le incidenze di embolia polmonare e infarto miocardico acuto.

Il potenziale conflitto tra terapie anti-amiloide e anticoagulanti

Questi dati hanno implicazioni cliniche dirette, in quanto evidenziano che una quota non trascurabile di pazienti potenzialmente eleggibili per terapie anti-amiloide sviluppa, in un arco temporale relativamente breve, condizioni che pongono indicazione a trattamenti anticoagulanti. Ne deriva un potenziale conflitto terapeutico, in cui il beneficio atteso sul versante neurodegenerativo deve essere bilanciato con un aumento del rischio emorragico, in particolare di eventi intracranici, già noti come complicanze associate agli anticorpi anti-amiloide (ad esempio ARIA-H).

Dal punto di vista neurologico, questi risultati rafforzano la necessità di una valutazione multidimensionale pre-trattamento, che includa non solo la stadiazione cognitiva e i biomarcatori di malattia, ma anche un’attenta stratificazione del rischio cardiovascolare e tromboembolico. Inoltre, sottolineano l’importanza di un monitoraggio longitudinale dinamico, poiché l’insorgenza di nuove indicazioni all’anticoagulazione può intervenire anche precocemente dopo l’avvio della terapia anti-amiloide.

In termini decisionali, emerge con forza il ruolo della shared decision making, soprattutto nei casi borderline, dove il profilo rischio-beneficio è meno netto. È verosimile che, in una parte dei pazienti, la prospettiva di una futura necessità di anticoagulazione possa influenzare la scelta iniziale di intraprendere o meno una terapia anti-amiloide.

Va infine sottolineato che lo studio presenta limiti intrinseci, tra cui la natura osservazionale e l’assenza di una selezione basata su criteri di eleggibilità ai trattamenti anti-amiloide attualmente in uso. Pertanto, l’estensione dei risultati a popolazioni trattate richiede cautela e ulteriori validazioni.

Nel complesso, il lavoro contribuisce in modo significativo alla definizione del contesto clinico in cui si collocano le nuove terapie per l’Alzheimer, evidenziando come la gestione di questi pazienti richieda un approccio integrato e prospettico, capace di anticipare e governare le interazioni tra patologia neurodegenerativa e comorbidità sistemiche.

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico