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Migliorare il sonno per prevenire la malattia di Alzheimer

La regolarità del ritmo circadiano sonno-veglia come fattore fondamentale per ottenere un sonno notturno di qualità; un sonno notturno di qualità come fattore preventivo nei confronti delle  patologie neurologiche, neurodegenerative, internistiche e cardiovascolari.

Sono questi i due cardini concettuali di una comunicazione scientifica firmata da Claudio Liguori, ricercatore in Neurologia dell’Università Tor Vergata di Roma, e da Luigi Ferini Strambi, primario del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, presentata in occasione del recente congresso della Società Italiana di Neurologia (SIN).

Sempre più spesso infatti la letteratura sottolinea il ruolo critico del sonno notturno per il funzionamento ottimale del sistema nervoso centrale: il sistema glinfatico, attivo unicamente durante il sonno, smaltisce cataboliti e proteine tossiche, evitando il loro accumulo patologico nel cervello, potenzialmente in grado di causare una cascata di eventi neuropatologici.

Da qui l’idea d’indagare, in ottica preventiva, il sonno notturno nei pazienti a rischio di sviluppare patologie neurodegenerative, e in particolare la malattia di Alzheimer, o nei soggetti con disfunzione cognitiva soggettiva o lieve. Più nello specifico, l’obiettivo è di sfruttare il sistema glinfatico per prevenire l’accumulo di beta-amiloide o di grovigli neurofibrillari di proteina tau.

Non di secondaria importanza anche il fatto che una buona qualità del sonno è associata a un fisiologico metabolismo glucidico, indice di funzionalità sinaptica conservata, in regioni cruciali per la funzionalità cerebrale, in particolare per le performance cognitive, che può essere valutata con tecniche di risonanza magnetica funzionale o PET cerebrale con fluorodesossiglucosio.

Tutto questo deve indurre, in presenza di un soggetto con disturbi del sonno, a effettuare un’anamnesi accurata, e a indagare la qualità del sonno notturno e le sue caratteristiche, nonché i disturbi percepiti dal paziente, anche con l’ausilio di scale di valutazione soggettiva. Solo in casi selezionati, è opportuno eseguire indagini strumentali polisonnografiche.

I trattamenti, infine, devono avere come target terapeutici i circuiti neurotrasmettitoriali coinvolti direttamente sia nella regolazione del sonno sia del ritmo circadiano sonno-veglia.

aggiornato il 22/01/2023 da Pierpaolo Benini

Folco Claudi

Giornalista medico scientifico