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Neuroscienze, la voce della mamma nel passaggio all’adolescenza

Nel suo libro “La valigia di mio padre” lo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel 2006 per la letteratura, scrive che la morte di un uomo inizia con quella del proprio padre.

Ora uno studio dei ricercatori della Stanford University diretti da Daniel Abrams da poco pubblicato sul Journal of Neuroscience dice che il bambino che vive dentro ognuno di noi inizia a morire per rinascere adolescente e poi adulto quando nel suo cuore la voce di sua madre perde la forza di sirena irresistibile che aveva sempre avuto e inizia a essere superata dalle voci di estranei, come per esempio gli amici o le amiche del cuore, divenuti per quel bambino in crescita sempre più importanti.

La psicologia infantile insegna che il mondo sociale dei bambini ruota attorno ai genitori che hanno un ruolo chiave nel guidarne lo sviluppo sociale e cognitivo e che un segno distintivo dell’inizio dell’adolescenza è il cambiamento di rotta verso obiettivi sociali extra-familiari, lungo un processo di adattamento che prepara i giovani alla loro indipendenza.

Si passa dalla necessità di protezione e sicurezza tipica dell’età infantile al desiderio di autonomia e alla ricerca di una propria identità, entrando in una fase egocentrica che li aiuta a differenziarsi come individui dotati di autonomia mentale per affrontare la vita adulta. Questo passaggio è un momento complesso che a volte spiazza gli stessi genitori che devono accompagnare i figli in un’impresa evolutiva non facile, restando comunque per loro un punto di riferimento. Come diceva William Hodding Carter II°, uno dei più talentuosi giornalisti USA degli anni ’60 che vinse il premio Pulitzer nel 1946, la miglior eredità che possono lasciar loro sono ali e radici, ali per spiccare il volo verso il futuro e radici per sentirsi saldamente ancorati alle sicurezze del passato.

Ma al di là delle tante belle parole di scrittori e psicologi, quasi per uno scherzo del destino, giusto dieci giorni prima della ricorrenza della Festa della mamma dell’8 maggio e cioè il 28 aprile, i ricercatori californiani hanno fissato sullo schermo della risonanza magnetica funzionale l’immagine del momento in cui il cervello del bambino si stacca dall’abbraccio della voce materna, fornendo il primo marker di neuro-imaging dello sviluppo adolescenziale.

Analizzando infatti le aree cerebrali dell’appagamento (nucleo accumbens e corteccia prefrontale ventro-mediale) hanno visto che fino all’età di 12 anni queste si accendevano all’ascolto della voce della mamma anche solo ricevendo i suoi messaggini vocali sul telefonino, ma con il passare degli anni lo fanno sempre di meno e anzi a partire dai 16 anni si attivavano di più all’ascolto delle voci di persone estranee ma per loro importanti, mentre prima avveniva il contrario perché la voce della mamma è unica.

L’appagamento che questa può indurre nei sistemi cerebrali di valutazione sociale dei figli è critico e la svolta nell’orientamento degli adolescenti verso obiettivi sociali non familiari denota i cambiamenti evolutivi che si verificano in loro nella ricompensa sociale e nella motivazione che possono fungere da modello anche per lo studio di adolescenti con disabilità sociali, come quelli affetti da autismo nel cui cervello non si attiverebbero i circuiti per sintonizzarsi facilmente con la voce della mamma non facendo così sviluppare nemmeno la capacità empatica di connettersi con gli altri.

Un secondo studio sempre con risonanza magnetica funzionale pubblicato dagli stessi autori su PNAS conferma che la voce della mamma è la piattaforma APP su cui il bambino forgia la sua funzionalità sociale per lo sviluppo della comunicazione, dei centri di appagamento, emotività, riconoscimento dei volti da associare alle voci, eccetera, coinvolgendo tutta l’architettura cerebrale come un’impronta neurale delle capacità di comunicazione sociale.

Nello studio su 24 bambini con età fra 7 e 12 anni è stata analizzata con risonanza funzionale l’attivazione cerebrale in risposta alla voce della mamma e di altre due donne.

Tutte dovevano pronunciare suoni senza senso onde evitare l’attivazione dei centri per la comprensione delle parole. Poiché infatti l’appagamento dato dalla voce della mamma poteva facilitare l’apprendimento emotivo dei suoi messaggi hanno reso neutro il significato di tutti gli stimoli. Il cervello dei bambini identificava comunque la voce della mamma con un’accuratezza di oltre il 97% usando soprattutto il giro e il solco temporale superiore (STG e STS) adibiti al riconoscimento vocale e la corteccia temporale mediale e l’amigdala sinistra, nodo gorgiano del traffico neuronale dei ricordi affettivi.

Erano coinvolti anche la corteccia fusiforme e quella ventro-mediale prefrontale (FG e vmPFC) e soprattutto insula anteriore e corteccia cingolare anteriore (AI e dACC), oltre al nucleo accumbens (NAC) ( vedi figura).

 

aggiornato il 27/07/2022 da Alessandro Visca

Cesare Peccarisi

Giornalista scientifico, neurologo, editorialista del Corriere Salute, Responsabile della Comunicazione Scientifica della Società Italiana di Neurologia